.missing.
venerdì 8 ottobre 2010

"Hai guardato le stelle?""Hai guardato le stelle?"



"Hai guardato le stelle?"


"...si. E tanto. Erano gli unici momenti in cui mi rendevo conto che ciò che stavo vivendo era reale."


 


Ora sembra tutto così distante. Mi manca. Mi manca tanto. 


Cercare il cavetto della macchina fotografica era una scusa, un palliativo per allungare i tempi. Per non guardare quelle foto. 


Continuavo a vivere nella finta illusione che c' era stato qualcosa, ma ancora non lo sentivo reale.


Anche vedere le foto degli altri non mi proiettava ancora in quel mondo. C' ero, non c' ero. Potevano essere tempi passati, futuri. Indistinti.


Lasciar scorrere le mie, invece, mi ha catapulatata nella consapevolezza che io le scattavo, io raccoglievo sorrisi, stanchezza, speranze. Io ero dietro l' obiettivo a premere uno stupido pulsante. 


 


Mi mancano i sorrisi, i volti, gli abbracci. Mi manca quella stanza, quei letti, stare sveglia ogni notte fino alle due/tre, entrare in camera in silenzio per poi scoppiare a ridere tra le lenzuola senza riuscire a trattenere le risate. Il profumo di Mentolo. 


Mi manca l' attesa. Mi mancano i saluti. Gli occhi colmi di lacrime che urlano "quando? quando ci vedremo ancora?". 


China Town. Il cinesino figo. Le canzoni coreane cantate e ballate insieme. I despa, la loro musica. Quei bassi che ti scorrevano sotto la pelle e rimbombavano nelle orecchie già provate. 


Scatenarsi, saltare, urlare senza voce. Riuscire a ballare SorrySorry sulle note di una delle loro canzoni. Cercare gli ultimi rimasugli di forze per cantare "WHY DON'T YOU BREAK THE MIRROR?".


I pullman e le metro sempre puntuali. L' odor di pulito, il cielo sempre plumbeo. Il Duomo. 


 


Poi Roma. Svegliarsi alle tre del pomeriggio. I mici. I miei padri. I loro abbracci. Stare stese in cinque +1 su un divano letto a parlare, parlare, parlare. Progettare cosplay, raccontare. Sognare. 


Il davanzale della finestra di cui mi sono appropriata. Svegliarsi con Guri incastrata nel collo che mi faceva le fusa. La pasta di Giovanni Rana. Correre per non perdere il treno e da un lato sperarlo.


 


Mi manca. Fa male. 


Non ci voglio stare qui. 


Portatemi via. 



"Hai guardato le stelle?"


"...si. E tanto. Erano gli unici momenti in cui mi rendevo conto che ciò che stavo vivendo fosse reale."


 


Ora sembra tutto così distante. Mi manca. Mi manca tanto


Cercare il cavetto della macchina fotografica era una scusa, un palliativo per allungare i tempi. Per non guardare quelle foto. 


Continuavo a vivere nella finta illusione che c' era stato qualcosa, ma ancora non lo sentivo reale.


Anche vedere le foto degli altri non mi proiettava ancora in quel mondo. C' ero, non c' ero. Potevano essere tempi passati, futuri. Indistinti.


Lasciar scorrere le mie -invece- mi ha catapultata nella consapevolezza che io le scattavo, io raccoglievo sorrisi, stanchezza, speranze. Io ero dietro l' obiettivo a premere uno stupido pulsante. 


 


Mi mancano i sorrisi, i volti, gli abbracci. Mi manca quella stanza, quei letti, stare sveglia ogni notte fino alle due/tre, entrare in camera in silenzio per poi scoppiare a ridere tra le lenzuola senza riuscire a trattenere le risate. Mi manca il profumo di Mentolo. 


Mi manca l' attesa. Mi mancano i saluti. Gli occhi colmi di lacrime che urlano "quando? quando ci vedremo ancora?". 


China Town. Il cinesino figo. Il bento improvvisato. Le canzoni coreane cantate e ballate insieme. I despa, la loro musica. Quei bassi che ti scorrevano sotto la pelle e rimbombavano nelle orecchie già provate. 


Scatenarsi, saltare, urlare senza voce. Riuscire a ballare SorrySorry sulle note di una delle loro canzoni. Cercare gli ultimi rimasugli di forze per cantare "WHY DON'T YOU BREAK THE MIRROR?".


I pullman e le metro sempre puntuali. L' odor di pulito, il cielo sempre plumbeo. Il Duomo. Il K-Pop. Il K-Pop e i Super Junior. 


 


Poi Roma. Svegliarsi alle tre del pomeriggio. I mici. I miei padri. I loro abbracci. Stare stese in cinque +1 su un divano letto a parlare, parlare, parlare. Progettare cosplay, raccontare. Sognare


Il davanzale della finestra di cui mi sono appropriata. Svegliarsi con Guri incastrata nel collo che mi faceva le fusa. La pasta di Giovanni Rana. Correre per non perdere il treno e da un lato sperarlo.


 


Mi manca. Fa male. 


Non ci voglio stare qui. 


Portatemi via. 


 




"...si. E tanto. Erano gli unici momenti in cui mi rendevo conto che ciò che stavo vivendo era reale."


 


Ora sembra tutto così distante. Mi manca. Mi manca tanto. 


Cercare il cavetto della macchina fotografica era una scusa, un palliativo per allungare i tempi. Per non guardare quelle foto. 


Continuavo a vivere nella finta illusione che c' era stato qualcosa, ma ancora non lo sentivo reale.


Anche vedere le foto degli altri non mi proiettava ancora in quel mondo. C' ero, non c' ero. Potevano essere tempi passati, futuri. Indistinti.


Lasciar scorrere le mie, invece, mi ha catapulatata nella consapevolezza che io le scattavo, io raccoglievo sorrisi, stanchezza, speranze. Io ero dietro l' obiettivo a premere uno stupido pulsante. 


 


Mi mancano i sorrisi, i volti, gli abbracci. Mi manca quella stanza, quei letti, stare sveglia ogni notte fino alle due/tre, entrare in camera in silenzio per poi scoppiare a ridere tra le lenzuola senza riuscire a trattenere le risate. Il profumo di Mentolo. 


Mi manca l' attesa. Mi mancano i saluti. Gli occhi colmi di lacrime che urlano "quando? quando ci vedremo ancora?". 


China Town. Il cinesino figo. Le canzoni coreane cantate e ballate insieme. I despa, la loro musica. Quei bassi che ti scorrevano sotto la pelle e rimbombavano nelle orecchie già provate. 


Scatenarsi, saltare, urlare senza voce. Riuscire a ballare SorrySorry sulle note di una delle loro canzoni. Cercare gli ultimi rimasugli di forze per cantare "WHY DON'T YOU BREAK THE MIRROR?".


I pullman e le metro sempre puntuali. L' odor di pulito, il cielo sempre plumbeo. Il Duomo. 


 


Poi Roma. Svegliarsi alle tre del pomeriggio. I mici. I miei padri. I loro abbracci. Stare stese in cinque +1 su un divano letto a parlare, parlare, parlare. Progettare cosplay, raccontare. Sognare. 


Il davanzale della finestra di cui mi sono appropriata. Svegliarsi con Guri incastrata nel collo che mi faceva le fusa. La pasta di Giovanni Rana. Correre per non perdere il treno e da un lato sperarlo.


 


Mi manca. Fa male. 


Non ci voglio stare qui. 


Portatemi via. 

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aethereally ۰ 23:53
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