.let me blow up alone.
lunedì 18 ottobre 2010

Sapete unaSapete una cosa? Non mi frega più di nulla. Questo è il mio blog. Questo è il mio "posto", ci scrivo quel che cavolo mi pare, quando mi pare e come mi pare. 


Sapete una cosa? Non mi frega più di nulla. Questo è il mio blog. Questo è il mio posto, ci scrivo quel che cavolo mi pare, quando mi pare e come mi pare. 
Non vi sta bene? Arrangiatevi. Vi fa soffrire o cosa? Esisto anche io e ho bisogno di pensare anche a me e mettermi avanti qualche volta. 


Ho bisogno di scrivere prima che imploda. Ho bisogno di vedere le parole nero su bianco, vederle scorrere una dietro l' altra, rincorrersi in un fiume torrenziale di consonanti e vocali. 


Quindi risparmiate il fiato e restate in silenzio


Se vi offende o vi dispiace/delude perché non ne ho parlato prima con voi "persone" beh, tenetevelo per voi. Ogni tanto lasciatemi libera di sfogarmi come dico io.
 


 


Non so se è l' autunno o cosa ma sto appassendo. E' come se mi lasciassi trascinare dalla brezza leggera: una foglia avvizzita e morente incapace di scontrarsi con il suo triste destino.


Cullata da quelle correnti che mi sfiorano, mi accarezzano e mi accompagnano nella mia breve discesa, lascio che tutto il resto mi scorra addosso.


 


Mi sto spegnendo


 


Non ho più voglia di reagire, i colpi inferti si stagliano in ferite brillanti sul mio corpo che ignoro. Ignoro il sangue che sgorga, ignoro il dolore. Vado avanti aspettando che si rimarginino in superficie. 


In superficie. Solo lì. Perché se poi mi ritrovo in queste condizioni vuol dire che quella guarigione era solo apparente, solo una presa per il culo, giusto? 


Lascio scorrere così tanto tempo dal momento in cui sono stata colpita a quello in cui me ne rendo conto che, quando vacillo e l' ultima goccia trabocca fuori, ho già dimenticato il perché specifico. Un ammasso di eventi, un susseguirsi di grigio e nero in una scala di colori monocromatica. 


 


Anche l' attribuire tutto al ciclo è una scusa: quando arriva cado. Crollo. Divento vulnerabile e l' argine interno esplode. 


 


Sto sbagliando di nuovo. Più faccio passi avanti più torno indietro di metri. Sono tornata ai miei stupidi silenzi: troppo preoccupata di "arrecare" danni, di "annoiare", di "disturbare". E no, non saranno le solite parole "dovresti aprirti, parlarmene" a farmi aprire bocca. Si chiama "blocco interiore" o "blocco psicologico". Non è una cosa che da un giorno all' altro rompi. Non è una cosa che puoi fermarti e dire "oh! Da domani non sarà più così". 


Ho i miei tempi e la fortuna di capire che quando sbaglio cerco di porvi rimedio. Ma devo farlo io. Devo farlo io, come devo capire io in cosa sto sbagliando, in cosa mi sta trascinando giù. 


Prenderne coscienza. Cadere e rialzarmi ancora


 


La cosa assurda - e quanto meno divertente - è che c' é davvero qualcuno che ama prendersi  gioco di me! Vogliamo chiamarla "sfiga congenita" o quello che è, ma ridiamoci su! Perché ad un certo punto non sai più se piangere o ridere quando ti capitano certe cose. 


Sono stanca di sentirmi dire "sei una persona speciale". Sono stanca davvero di sentire queste parole. Perché il mio essere speciale non fa bene a me. E' solo un  modo per tenermi attaccata a voi, per stringermi la mano quando la vostra vita va a puttane.


Io fungo da spugna: assorbo il negativo. come una presunta madre.
 


Posso mai essere la madre di persone
che di anni ne hanno il triplo dei  miei



Posso passare le mie fottute serate a consolare qualcuno che non fa altro se non pensare a compatirsi e a quele può essere la via più semplice per andarsene, sparire e lasciarsi tutto alle spalle? 


Posso ritrovarmi a ventidue anni a gestire una novantenne, ad occuparmi di coloro che non sono né mio marito né mio figlio, ma solo mio padre e mio fratello? 


Posso occuparmi anche del vicino alcolizzato che ha bisogno di stringere la mia mano perché non ha nessuno? 


Posso sentirmi programmare la vita in base agli impegni altrui? 


Posso continuare a sentire le loro urla che non smettono mai. MAI. Non per un giorno, non per un' ora. Toni accusatori, rimproveri: hai sbagliato, hai sbagliato, hai sbagliato


 


Dov'è la MIA vita? Fanculo. Cerco di non lamentarmi mai perché è così che va, giusto? Sono esperienze, ti fai la pelle e le ossa. Ma a volte anche a me va di lasciarmi andare e di esplodere. 


Perché oltre i vostri, ho anche i miei problemi. Problemi di una stupida adolescente. Problemi annessi allo studio, al cibo, alle amicizie, a quello che volete...


 


Alla fine, termina tutto così, sempre: con quei "TUMP TUMP" nelle orecchie e quelle stupide lacrime che tornano a pungere e a pizzicare.
Quei flussi di parole e ritmi mi liberano, mi coccolano, mi abbracciano, mi spezzano.


 


Poi capita che - come ieri - appena metto piede fuori di casa senza ombrello dopo ore di nulla, scoppia l' acquazzone. E allora sì, c' é davvero qualcuno che si prende gioco di me. 


 


No, non voglio parlarne. Perché non ho voglia di parlare con nessuno. Perché quando parlo ho bisogno di distrarmi e non di pensare a tutto lo schifo che mi sommerge. 


 


 


 


 cosa? Non mi frega più di nulla. Questo è il mio blog. Questo è il mio "posto", ci scrivo quel che cavolo mi pare, quando mi pare e come mi pare. 


Non vi sta bene? Arrangiatevi. Vi fa soffrire o cosa? Esisto anche io e ho bisogno di pensare anche a me e mettermi avanti qualche volta. 


Ho bisogno di scrivere prima che imploda. Ho bisogno di vedere le parole nero su bianco, vederle scorrere una dietro l' altra, rincorrersi in un fiume torrenziale di consonanti e vocali. 


Quindi risparmiate il fiato e restate in silenzio. 


Se vi offende, vi dispiace perché non ne ho parlato prima con voi "persone" beh, tenetevelo per voi. Ogni tanto lasciatemi libera di sfogarmi come dico io. 


 


Non so se è l' autunno o cosa ma sto appassendo. E' come se mi lasciassi trascinare dalla brezza leggera: una foglia avvizzita e morente incapace di scontrarsi con il suo triste destino.


Cullata da quelle correnti che mi sfiorano, mi accarezzano e mi accompagnano nella mia breve discesa, lascio che tutto il resto mi scorra addosso.


 


Mi sto spegnendo. 


 


Non ho più voglia di reagire, i colpi inferti si stagliano in ferite brillanti sul mio corpo che ignoro. Ignoro il sangue che sgorga, ignoro il dolore. Vado avanti aspettando che si rimarginino in superficie. 


In superficie. Solo lì. Perché se poi mi ritrovo in queste condizioni vuol dire che quella guarigione era solo apparente, solo una presa per il culo, giusto? 


Solo che lascio scorrere così tanto tempo dal momento in cui sono stata colpita a quello in cui me ne rendo conto che, quando vacillo e l' ultima goccia trabocca fuori, ho già dimenticato il perché specifico. Un ammasso di eventi, un susseguirsi di grigio e nero in una scala di colori monocromatica. 


 


Anche l' attribuire tutto al ciclo è una scusa: quando arriva cado. Crollo. Divento vulnerabile e l' argine interno esplode. 


 


Sto sbabliando di nuovo. Più faccio passi avanti più torno indietro di metri. Sono tornata ai miei stupidi silenzi: troppo preoccupata di "arrecare" danni, di "annoiare", di "disturbare". E no, non saranno le solite parole "dovresti aprirti, parlarmene" a farmi aprire bocca. Si chiama "blocco interiore" o "blocco psicologico". Non è una cosa che da un giorno all' altro rompi. Non è una cosa che puoi fermarti e dire "oh! Da domani non sarà più così". 


Ho i miei tempi e la fortuna di capire che quando sbaglio cerco di porvi rimedio. Ma devo farlo io. Devo farlo io come devo capire io in cosa sto sbagliando, in cosa mi sta trascinando giù. 


Prenderne coscienza. Cadere e rialzarmi ancora. 


 


La cosa assurda e quanto meno divertente è che c'é davvero qualcuno che ama prendersi  gioco di me! Vogliamo chiamarla "sfiga congenita" o quello che è, ma ridiamoci su! Perché ad un certo punto non sai più se piangere o ridere quando ti capitano certe cose. 


Sono stanca di sentirmi dire "sei una persona speciale". Sono stanca davvero di sentire queste parole. Perché il mio essere speciale non fa bene a me. E' solo un  modo per tenermi attaccata a voi, per stringermi la mano quando la vostra vita va a puttane.


Io fungo da spugna: assorbo il negativo. come una presunta madre. Posso mai essere la madre di persone che di anni ne hanno il triplo dei  miei? 


Posso passare le mie fottute serate a consolare qualcuno che non fa altro se non pensare a compatirsi e a quele può essere la via più semplice per andarsene, sparire e lasciarsi tutto alle spalle? 


Posso ritrovarmi a ventidue anni a gestire una novantenne, ad occuparmi di coloro che non sono né mio marito né mio figlio, ma solo mio padre e mio fratello? 


Posso occuparmi anche del vicino alcolizzato che ha bisogno di stringere la mia mano perché non ha nessuno? 


Posso sentirmi programmare la vita in base agli impegni altrui? 


Posso continuare a sentire le loro urla che non smettono mai. MAI. Non per un giorno, non per un' ora. Toni accusatori, rimproveri: hai sbagliato, hai sbagliato, hai sbagliato. 


 


Dov'è la MIA vita? Fanculo. Cerco di non lamentarmi mai perché è così che va, giusto? Sono esperienze, ti fai la pelle e le ossa. Ma a volte anche a me va di lasciarmi andare e di esplodere. 


Perché oltre i vostri, ho anche i miei problemi. Problemi di una stupida adolescente. Problemi annessi allo studio, al cibo, alle amicizie, a quello che volete...


 


Alla fine, termina tutto così, sempre: con quei "TUMP TUMP" nelle orecchie avverto quelle stupide lacrime pungere e pizzicare. Quei flussi di parole e ritmi mi liberano, mi coccolano, mi abbracciano, mi spezzano.


 


Poi capita che - come ieri - appena metto piede fuori di casa senza ombrello dopo ore di nulla, ecco che scoppia l' acquazzone. E allora sì, c' é davvero qualcuno che si prende gioco di me. 


 


No, non voglio parlarne. Perché non ho voglia di parlare con nessuno. Perché quando parlo ho bisogno di distrarmi e non di pensare a tutto lo schifo che mi sommerge. 

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aethereally ۰ 17:18
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